Kung fu shaolin tradizionale scuola Chang dsu yao

L’ombra dello Shaolin

L’INSULTO

Un’analisi critica sul grande signore del kung fu

Articolo degli anni '90 tratto dalla rivista "Samurai" Autore "Pan Shentao"

Uno dei primi grandi maestri di kung fu a giungere in Italia fu il compianto Chang Dsu Yao.
All’inizio della sua attività nel nostro Paese furono molti gli errori commessi dovuti in parte per la differenza di cultura e in parte per i goffi tentativi di adattamenti alla nostra realtà. Avete mai assaggiato gli spaghetti italiani o la pizza napoletana cucinati nei Paesi del Nord Europa? Non c’è paragone con i sapori autoctoni. Lo stesso si potrebbe dire dei vini, per i quali ci si accorge quando sono annacquati, qualunque sia la regione di provenienza di chi l’assaggia. Non ha senso, quindi, apportare modifiche a un’arte millenaria come il kung fu solo per adattarlo a chi non vuol fare nessuno sforzo per apprendere l’aspetto autentico.
Il kung fu è stato cesellato dalla storia cinese con la precisione di un orologio svizzero. Ci vuole un bel coraggio a credersi in grado, magari dopo esperienze anche consolidate nei ben diversi stili giapponesi, di cambiare qualcosa che è sopravvissuto a secoli di battaglie. Certo, un grande cuoco o un esperto sommelier possono permettersi, dopo una lunga e onorata carriera, di provare a variare qualche elemento di un noto piatto o di un tipo di vino. Ma gli stessi tentativi compiuti da un cameriere darebbero luogo solo a pasticci.
Oggi le cose per la nobile scuola di Chang Dsu Yao non sono affatto migliorate e gli ingiusti, immeritati equivoci si sono addirittura sedimentati. Partiamo da uno dei più noti: lo stile esterno principale della scuola è uno dei sistemi più tradizionali e antichi dello Shaolin del Nord, e non si chiama Shaolin, bensì Mei hua ch’uan (py: Mei hua quan), della provincia di Shantung (py:Shandong).

E’ ora di smettere, infatti, di discutere su quale sia lo stile più originale, quello più vicino a ciò che si praticava nell’omonimo tempio. Uno stile singolo, specifico del tempio non è mai esistito e l’appellativo Shaolin si applicava popolarmente a molti stili del Nord che, in qualche modo, ruotavano attorno al tempio dello Song Shan.
Tra essi, così come, per esempio il tung pei ch’uan (py: Tong bei quan) o il tan t’ui (py: Dan tui), lo Shantung mei hua (py: Shan dong mei hua) è uno dei più antichi e completi.

Ancora oggi, l’opinione pubblica non conosce la verità e cioè se i mentori italiani del maestro ignorassero questa realtà oppure se essi scelsero deliberatamente di citare solo Shaolin in tempi in cui quel nome era assai attraente.
Errato, se non patetico anche l’atteggiamento di chi – a partire dai Campionati mondiali di Taipei del 1986 in cui qualche giurato cinese mormorò il nome mei hua ch’uan in relazione alla prova della scuola Chang – iniziò a parlare di una mistificazione nell’uso deil termine "Shaolin classico della Cina del Nord”. Ma, lo ripetiamo, che gli allievi anziani del maestro lo sapessero o meno, il mei hua ch’uan è uno stile classico della Cina del Nord. Come lo sono il tung pei, lo hei hu, il tan t’ui, il Tai Tzu chang ch’uan, il lohan ch’uan eccetera. Inoltre, la scuola di Shaolin mei hua di Chang Dsu Yao era ed è molto stimata e rinomata a Taiwan, come possono testimoniare diversi maestri dell’isola.

Chang stesso era molto conosciuto e stimato nel mondo del kung fu taiwanese, anche nel ruolo di caposcuola dello stile. E così erano e sono attualmente i suoi due figli [l'autore si riferisce ai Maestri Chang Wei Shin e Chang Yu Shin].

L’autentica scuola di Chang Dsu Yao propone quindi uno stile di grande valore.

Perché allora oggi è così poco stimata?
Bisogna chiedersi quanti praticanti di questa scuola, passati o presenti, non fanno del kung fu in forma di karate? Ben pochi e, guarda caso, quei pochi se ne stanno ben lontani dai vacui, fallaci e inflazionati riflettori della cronaca marziale italiana.

Lo stesso figlio maggiore di Chang Dsu Yao [il Maestro Chang Wei Shin] ha scelto, dopo la morte del padre, la via dell’estrema riservatezza, in accordo, con i più apprezzabili principi del kung fu cinese. Tanto che non è stato possibile averne l’aiuto o l’appoggio per questo servizio (questo è bene chiarirlo a quanti pensano che l’articolo celi intenti propagandistici o di parte, mentre è mosso solo da un intento, a volte anche sentito, di giustizia e chiarificazione). Ma se vi capitasse la fortuna di osservare, con la capacità di giudizio necessaria, i praticanti giusti, rimarreste stupiti.

Il problema del basso livello della scuola sta, soprattutto, nella sua estensione. Quando gli allievi sono numerosi è facile perdere il controllo sulla qualità. Così l’Italia è ricca di “maestri” che si dicono allievi diretti di Chang Dsu Yao, magari solo perché il maestro aveva, su invito del responsabile della palestra, assistito a un loro esame. Spesso, infatti, Chang Dsu Yao si spostava nelle palestre affiliate alla sua Federazione per tenere gli esami di “cintura nera” (altra invenzione italiana d’ispirazione giapponese). Così il maestro cingeva la cintura nera alla vita di persone che vedeva per la prima volta e che probabilmente non avrebbe più rivisto. Oppure solo perché il maestro insegnava nella stessa palestra frequentata dal praticante in questione, però insegnava ad altri allievi, mentre lui in realtà era allievo dell’allievo del maestro, quando non dell’allievo dell’allievo del maestro.

Ma quanti hanno seguito il maestro con cuore puro e con reale capacità di comprensione? E soprattutto ritenuti dal maestro degni di imparare il suo vero kung fu come egli lo avrebbe insegnato a un allievo cinese?
Pochissimi e guarda caso ben lontani dalle cronache. Una frase che in qualche occasione questi allievi poterono forse sentir dire al maestro: “Io sono cinese, non stupido”. Una frase cha ha ereditato il figlio maggiore e che usa quando ricorda certi episodi che è forse meglio mantenere permeati dalla discrezione. Potremmo parafrasare lo stesso concetto dicendo che il fatto che il maestro lasciasse correre certe cose non significava che non le vedesse e che non agisse di conseguenza.
Molti maestri cinesi adottano lo stesso atteggiamento, perché fa parte della loro cultura di insegnanti di kung fu.
E chi non l’ha fatto all’inizio, sforzandosi di essere modernista e cosmopolita, si è poi dovuto ricredere, dopo aver fatto i conti con aspetti deteriori del pubblico marziale occidentale.
Il maestro Chang era un gran signore dalla rara nobiltà dei cavalieri di un tempo; ma la sua fierezza non impediva che egli avesse un cuore grande, pieno di bontà. Che spesso lo portava a lasciar correre su certe cose o con certe persone con cui era convinto non si potesse fare di meglio.

Molto raramente egli interveniva, e chi conosce la tradizione può trovare in essa le spiegazioni a ciò; per gli altri non è questa la sede per profondersi in spiegazioni filosofico-culturali complesse, che comunque non cambierebbero la loro ignoranza (senza desiderio di insultare o offendere, ignoranza nel senso di “ignorare” non conoscere).
Se riusciste ad avere l’umiltà e l’interesse di mettervi alla difficile ricerca di questi pochi veri praticanti odierni della scuola di Chang Dsu Yao, notereste subito la grande differenza con la paccottiglia che per lo più si vede in giro quando si parla di questa scuola.

Per non parlare degli allievi cinesi che Chang Dsu Yao aveva a Taiwan, prima di giungere in Italia, i quali erano stimati da famosi maestri dell’isola. Aveva ragione, anni fa, Roberto Fassi quando, in un imprudente lettore di Samurai, rimarcava come il mei hua ch’uan fosse uno stile lontanissimo dalla rigidità di certo karate. A parole. Ma nella pratica, chi è mai riuscito a vedere la differenza. E la scusante per la similitudine che in fondo il karate è derivato dal kung fu è in realtà piuttosto insostenibile. Infatti, pur essendo innegabile che nell’assetto corporeo alcune similitudini ci sono, l’interpretazione delle tecniche è assai diversa, perché di storia ne è intercorsa molta tra lo Shaolin mei hua e la più recente codificazione del karate.
Persino gli stili di aree geografiche e storiche più vicine fra loro come il tang lang o il pa chi ch’uan (py: Ba Ji Quan), sistemi in parte inclusi nella scuola Chang devono essere interpretati in maniera differente fra loro, secondo caratteristiche specifiche.

C’è poi il discorso dell’efficacia: in fondo uno stile di kung fu deve essere efficace in combattimento. E lo stile di Chang Dsu Yao non sembra proprio esserlo un granché.
Altro madornale errore: la sua efficacia è solo molto, molto più difficile da comprendere per gli occhi rozzi degli occidentali, ma molto più elevata. E’ come, con un parallelo matematico, un integrale, al servizio della scienza avanzata, rispetto alle tabelline, con cui al massimo si fanno i conti della spesa. Certo, per imparare a lavorare proficuamente con gli integrali ci vogliono anni di studio paziente. Il vero praticante esperto di mei hua non ha problemi a praticare o apprendere altri stili o altre tecniche, come l’esperto di integrali non ha problemi a fare operazioni coi numeri semplici; ciò grazie alla complessità e alla ricchezza di questo sistema Shaolin, che forma un fisico dalle qualità altisonanti: per esempio forza elastica, veloce, muscoli allungati ma forti, grande resistenza alla fatica, coordinazione dei vari segmenti corporei e mobilità articolare.

Chang dsu yao

Il maestro Chang diceva che praticare Shaoiln era come costruire una casa, mentre praticare t'ai chi (py: tai ji) era come costruire un castello: ci vuole di più a costruirlo ma viene abbatuto molto più difficilmente. Allo stesso modo possiamo dire che praticare lo stile mei hua della scuola Chang equivale a costruire un castello, rispetto ad altri stili dall'aspetto superficiale più efficace, ma dalle radici meno solide.
Questo significa anche, non lo si può certo negare, che questo stile si rivela in tutta la sua efficacia solo dopo una lunga e dura pratica. Ed ecco perché quasi nessuno di questa scuola sa combattere usando veramente lo stile. Tra i pochi che almeno possono combattere, la maggior parte lo fa usando l'eventuale precedente esperienza del karate e altri lo stile anonimo e superficiale del sanda.

Come se le forme dello stile fossero una cosa e il combattimento libero, o reale, tutt'altra.
Questo, in uno stile tradizionale, non esiste. Perché esso è creato proprio per combattere efficaciemente, usando quelle tecniche che saggi esperti del passato scopriorono essere le migliori. A quesi tempi, le situazioni in cui i guerrieri si trovavano erano ben più complesse anche rispetto alle più violente risse da strada odierne. Basta pensare (quanti cosiddetti praticanti fedelissimi della scuola in questione lo sanno?) che un numero enorme di esperti che nel 1900 partecipò alla rivolta dei boxer (i-ho-ch'uan [py: yi he quan]) praticava il mei hua ch'uan [py: mei hua quan] dello Shantung (py: Shandong), sì proprio lo stile Shaolin della scuola di Chang Dsu Yao.
L'eco delle gesta leggendarie di questi maestri risuonò fino in occidente, ben prima che un signore di nome Bruce Lee facesse qualche film.
I boxer, infatti, vengono descritti nei resoconti dei soldati occidentali che li combattevano, come diavoli scatenati che continuacano a lottare anche con il corpo pieno di pallottole. E le loro arti di combattimento portavano nella tomba diversi soldati prima di soccombere, essi stessi, al fuoco dei moschetti.
Questi esperti combattenti degli i-ho-ch'uan [yi he quan] praticavano, inoltre, prima di scendere in battaglia, complessi riti esoterici che, nelle loro esaltate intenzioni, dovevano renderli invulnerabili alle pallottole degli stranieri. Il piombo della storia ebbe la meglio sullo sciamanesimo, ma non completamente, visti i prodigi marziali dei boxer.
Questo dovrebbe tener presente chi, su un altro versante, accusa lo stile Chang di trascurare certe pratiche "interne".

Chang Dsu Yao, a un certo punto, dichiarò che nella sua scuola si praticava arte marziale, non magia, privilegiando l'insegnamento di quell'aspetto. Fino a poco tempo fa (non so se sia ancora in vita) viveva a Taiwan un uomo, amico della famiglia Chang, che non aveva una grande abilità nella parte tecnica marziale, ma la sua conoscenza delle pratiche esoteriche del mei hua ch'uan [mei hua quan] era notevole. Quando uno dei Chang incontrava il vecchio uomo, lo prendeva amichevolmente in giro sulla sua ignoranza dello stile e quello di rimando, assumendo un'aria misteriosa, si atteggiava spirotosamente a custode di grandi segreti mistici. Se lo stile mei hua ch'uan [mei hua quan] era così terribilmente efficace, e in una situazione tanto cruenta, solo 98 anni fa (non si parla di remote leggende su un fantastico evo antico), pensate che i maestri tradizionali abbiano lasciato degradare il loro stile così velocemente?
Bisogna anche considerare che gli stili più antichi di kung fu sono zeppi di bei movimenti atti a occultare i reali intenti combattivi dello stile, a patto che il maestro non ne riveli la chiave. A volta è capitato che dei maestri si lasciassero sfuggire, con le persone adatte, accompagnate da lievi sorrisi ambigui, frasi come " loro non sanno".
È come una cipolla, fatta a strati: spesso i maestri semplicemente tengono nascosti gli strati più interni della cipolla, almeno fin quando l'allievo sarà, a loro parere, pronto. Per di più, un'asserzione che potrà non far piacere ai cinesi: essi a volte sono razzisti ed estremamente chiusi con appartenenti a culture diverse dalla loro. Questa stratificazione dell'insegnamento è indubbia nello stile Chang e... "chi sa non parla, chi parla non sa", diceva Lao Tze.

La mentalità necessaria a capire questi riposti e antichi principi è sempre meno consueta, anche in Cina. Eppure, per il vero appassionato dell'antico kung fu, anche solo intuire di tanto in tanto, dopo anni di ardua dedizione, in un fugace movimento del maestro uno spiraglio della luce che risplende dietro la pesante cortina, è un'esperienza estremamente appagante, che accresce la fiducia e la consapevolezza di essere sulla strada giusta. Come sa bene chi ha avuto la fortuna di provare anche solo una tecnica col maestro.

Desidero precisare, a conclusione di questo scritto e a mo' di ringraziamento, che molte delle idee tradizionaliste espresse sulle arti marziali cinesi in generale, mi sono state fornite da Wang Yugial. È suo il parallelo tra kung fu e scienze matematiche, quello del perfetto meccanismo d'un orologio e i discorsi su "case e castelli".

Tanto gli dovevo e tanto dovevo alla scuola del maestro Chang, troppo spesso vittima di quello che in Cina si chiama ma, cioè "insulto".

COLLEGAMENTI:

IL KUNG FU

GLI STILI

LO STILE SHAOLIN

LO STILE MEI HUA QUAN

MEI HUA QUAN E CHANG DSU YAO

PARLARE DI KUNG FU

BIOGRAFIA M° CHANG DSU YAO (WIKIPEDIA)

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Ultima revisione di questa pagina: 20.11.2008 12:06

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