Kung fu shaolin tradizionale scuola Chang dsu yao


LE ARTI MARZIALI COME PERCORSO DI REALIZZAZIONE PERSONALE:
SIGNIFICATI, VALORI, ED ESPERIENZE IN UN GRUPPO DI PRATICANTI ITALIANI*

Alessandro Lazzarelli
Institute of Anthropology
National Tsing Hua University

 


Premessa di Giacomo Lucarini
Alessandro Lazzarelli è uno studente Italiano che vive a Taiwan da molti anni e frequenta l'Istituto di Antropologia dell'Università di Tsing Hua a Taiwan. Durante il periodo estivo 2009 (Luglio/Agosto) è tornato in Italia e si è dedicato alla realizzazione di questa tesi "Le Arti Marziali come percorso di realizzazione personale". Alessadro ha trascorso molti giorni insieme a noi della Scuola Kung Fu Chang di Prato, intervistando insegnanti ed allievi, talvolta partecipando in modo attivo alle nostre lezioni condividendo con noi anche i momenti di svago. Ritengo questo lavoro molto interessante e soprattutto originale nei vari aspetti e ne consiglio vivamente la lettura. Ringrazio pubblicamente Alessandro per averci concesso la pubblicazione del materiale sul nostro sito e di nuovo mi congratulo con lui perchè rileggendo le interviste dei ragazzi sono emersi aspetti molto importanti e anche simpatici che spesso diamo per scontati ma che rappresentano la grande importanza del gruppo e della pratica dell'Arte Marziale genuina.

La traduzione in Italiano a cura di:
Guido Mazzoni, Anna Benedetti, Salvatore Esposito, Francesca P. e Giacomo Lucarini

Per leggere la tesi originale in lingua inglese clicca qui


 

INTRODUZIONE

 

Nelle ultimi decenni il fenomeno delle arti marziali ha acquisito sempre maggior popolarità in Occidente, venendo assimilato nell'immaginario collettivo sotto differenti prospettive, dalle tecniche di difesa personale all'attrazione mistica, dallo sport al percorso spirituale di realizzazione personale. Mentre gli stili delle arti marziali giapponesi sono apparsi per la prima volta nei paesi occidentali grazie ai film americani con una conseguente graduale proliferazione di scuole, sia negli Stati Uniti che in Europa, le arti marziali cinesi, anche conosciute come Kung Fu, sono cominciate ad apparire sulla scena dagli anni '70 sotto l'influenza della produzione cinematografica cinese, la cui figura più famosa è rappresentata da Bruce Lee. Nonostante un interesse crescente verso le arti marziali nei paesi occidentali, accompagnato da una cospicua produzione di libri e altro materiale riguardante caratteristiche tecniche e origini di certi stili, scritti nella maggior parte dei casi da maestri di uno specifico lignaggio o scuola, solo pochi studi accademici hanno considerato questo fenomeno nella sua interezza. Lavori nella letteratura antropologica su questa materia si concentrano principalmente sulla struttura ritualistica della pratica delle arti marziali, ma non è stato detto molto sui contenuti che riguardano ciò che gli artisti marziali sperimentano ad un livello personale.

Sosterrò che, nonostante la varietà di posizioni e rappresentazioni, in accordo alle quali ogni persona concepisce la disciplina nella sua propria maniera, le arti marziali, specialmente quando praticate in modo continuativo sotto la supervisione di insegnanti qualificati, rappresentino un percorso educativo caratterizzato da un profondo coinvolgimento dei suoi praticanti su diversi livelli. Tale coinvolgimento, come è emerso dall’osservazione e dalle interviste, si è manifestato attraverso un continuum che va da una migliore percezione del corpo ad una auto-coltivazione spirituale, facendo delle arti marziali, a differenza di una ordinaria esperienza sportiva, una peculiare pratica corporea che porta con sé un simbolismo tradizionale.


* Prima di tutto desidero ringraziare il maestro Claudio Manenti e l'istruttore Giacomo Lucarini per il loro supporto e l'interesse dimostrato verso la mia ricerca, senza la loro cooperazione questo lavoro non sarebbe stato realizzato. Sono anche grato agli studenti dei corsi di Shaolin e Tai Ji, (rispettivamente Francesco Parretti, Guido Mazzoni, Filippo Botta, Duccio Gamannossi, Mirko Stefani, Francesco Mannini, Simona Bastianelli, Stefano Montalbano, Cecilia Ciaschi, Stefano Brilli, Elisa Tesco, Marco Noci, Francesca, Claudia, Alessio) per il loro tempo dedicato alle mie interviste. Ricordo inoltre l'aiuto di Luigi Moscato per aver facilitato l'accesso alla scuola Shiro Saigo di Prato. Infine, esprimo gratitudine all'Istituto di Antropologia dell'Università Nazionale di Tsing Hua per il finanziamento della ricerca.



IMPOSTAZIONE TEORICA

 

Tentare uno studio antropologico delle arti marziali tradizionali, così come sono praticate nelle società moderne, richiede prima di tutto il riconoscimento della sua complessità, a causa dell'interesse crescente verso queste discipline in tutto il mondo, ma anche a causa dei significati magici e mistici con i quali frequentemente tendono a venire associate. Sebbene lo scopo per cui praticare le arti marziali nelle società moderne possa essere assai differente paragonato al passato, permangono sempre tre componenti principali: l'elemento artistico che è espresso attraverso l'esecuzione di forme codificate e la struttura ritualistica delle lezioni; le tecniche corporee che possono essere usate per la difesa personale, ma allo stesso tempo migliorano le condizioni di salute; i significati e i simboli tradizionali che portano con sé, specialmente alla luce delle tendenze culturali globalizzanti. Per questa ragione, è possibile studiare questo fenomeno sotto differenti prospettive, a seconda dell'aspetto che si vuole enfatizzare, se si decida di considerare l'aspetto storico o isolare situazioni nelle società moderne.

Dal momento che differenti aspetti del fenomeno possono essere enfatizzati, una definizione stessa delle arti marziali presenta alcune difficoltà, con il risultato di ottenere concezioni leggermente differenti a seconda del contesto culturale di chi si approccia a questo studio, e dei suoi interessi specifici. In generale, c'è un consenso comune nel ritenere le arti marziali tradizionali cinesi non solo come un sistema di tecniche corporee utilizzabili per difesa personale, ma anche come antiche discipline direttamente connesse con dimensioni più profonde come il sacro, lo spirituale ed il trascendente . Per esempio, Anthony Schmeig (2005) sottolinea il carattere artistico delle arti marziali, sostenendo che, sebbene il termine cinese wu shu (武術) rimandi a significati collegati alla guerra e a tecniche militari, ciò non spiegherebbe il simbolismo tradizionale che esse si portano dietro. Infatti afferma che “ciò che eleva le tecniche marziali cinesi da combattimento ad 'arte' è l'inserimento del principio taoista dell'unità” (Schmieg 2005:18).

David Jones (2002), nell'introduzione ad uno studio antropologico sulle arti marziali, che include contributi di vari studiosi interessati a questo argomento, ha cercato di fornire una definizione comprensiva della disciplina, notando che, sebbene l'aggettivo “marziale” sia associato alla professione militare della guerra, non può essere considerata un mero insieme di tecniche di combattimento. Tra gli elementi che distinguono le arti marziali dai metodi di combattimento, l'autore suggerisce un'attività programmata e coreografata che può essere ripetuta in momenti differenti, l'enfasi sulle tecniche a mani nude, la ripetizione ritualistica di un insieme di movimenti stilizzati, esercizi e tecniche speciali, combattimento, coinvolgimento, una componente animistica, una gerarchia a vari livelli, e connessioni con elite sociali (Jones 2002:XI-XII). Nello stesso lavoro, Klens-Bigman (2002:3) ha sottolineato quegli elementi di una tipica lezione di arti marziali che la rendono simile ad un rituale: gli studenti che si inchinano di fronte al maestro, la disposizione del maestro (di fronte) e degli studenti che si allineano in ordine di grado, ed un inchino rituale che può essere eseguito per le tradizioni della scuola o per lo specifico sistema marziale, il maestro, e in alcuni casi le armi. L'autore suggerisce che queste pratiche rituali servano alla funzione di creare uno spazio speciale fuori dalla vita di tutti i giorni, che stimoli una forma di esecuzione auto-espressiva tra gli studenti, ridefinendo le loro identità e relazioni attraverso la condivisione di valori di gruppo. In base ai lavori precedenti possiamo quindi notare che la struttura ritualistica di una lezione, insieme alla creazione di un particolare spazio durante l’esecuzione, è un aspetto fondamentale in uno studio antropologico delle arti marziali. Ad ogni modo, la somiglianza esistente tra una lezione e un processo rituale, con la conseguente creazione di una dimensione speciale disconnessa dalle comuni organizzazioni sociali, non è la sola caratteristica osservabile in un gruppo di praticanti. A mio parere, devono essere considerate anche le dinamiche interpersonali tra i praticanti, in termini di relazioni interpersonali, esperienze corporee, e dimensione spirituale. Per comprendere meglio come questi elementi portino significati particolari alla pratica delle arti marziali, presenterò qui due principali contributi teorici. Da una parte l’idea di Turner riguardo rituale ed esecuzione costituisce un valido modello per l’approccio allo studio delle interdinamiche di gruppo e l’articolazione di una lezione tipo. Dall’altra parte, il lavoro elaborato dalla sociologa francese Danièle Hervieu-Léger fornisce le coordinate appropriate per l’interpretazione della dimensione spirituale delle arti marziali.


(1) Con il termine “arti marziali cinesi” mi riferisco qui a quegli stili tradizionali che hanno incorporato i principi taioisti di coltivazione personale.


 

COMMUNITAS E LIMINALITA' NELLA TEORIA DI TURNER

 

Turner ha contribuito enormemente allo studio delle modalità rituali, celebrative e sociali, dunque, data la sopracitata somiglianza tra l’esecuzione di un rituale e quella delle arti marziali, è utile esaminare brevemente i suoi concetti cardinali. Parlando del processo rituale, Turner (1982:25) sviluppa il concetto di transizione, notando come il passaggio da uno status sociale ad un altro sia spesso accompagnato da un movimento parallelo nello spazio, solitamente dall’attraversamento di una soglia, rappresentata da una linea di distinzione tra un’area associata con lo stato preliminale (prerituale) del soggetto, ed un altro associato con lo stato postliminale (postrituale). L’autore sottolinea il carattere ambiguo di liminalità, una condizione anonima, che porta con sé i semi potenziali per una costruzione di nuovi significati e relazioni interpersonali, infatti scrive: “nel mezzo della fase di transizione gli iniziandi sono spinti il più possibile verso l’uniformità, l’invisibilità strutturale e l’anonimato.” (Turner 1982:26).

Un altro concetto centrale nella teoria di Turner è rappresentato da un modello dualistico della vita sociale, che consiste di due modalità sociali: la struttura sociale e la communitas. La prima si riferisce al sistema degli statuti delle relazioni sociali, rappresentate da istituzioni e posizioni strutturali, che sono organizzate secondo un ordine gerarchico. La seconda è definita come una comunità non strutturata e relativamente indifferenziata, o come una comunione di individui guidata dall’autorità di un anziano. In altre parole, dal momento che la struttura sociale è un sistema statico chiaramente definito, la communitas è uno stato dinamico connesso con categorie marginali ed estranee, che Turner riconosce in sciamani, indovini, mistici, medium, sacerdoti, hippie e altri. Nel pensiero di Turner liminalità e communitas rappresentano la “antistruttura”, intesa qui né come una dimensione opposta alla struttura sociale, né come un rifiuto delle regole e necessità sociali. Infatti, come sostiene l’autore, la “antistruttura” rappresenta uno spazio potenziale per la generazione di nuovi cambiamenti e significati:

È la liberazione delle potenzialità umane di conoscenza, sentimento, volizione, creatività, ecc., dalle costrizioni normative che impongono che impongono di occupare una serie di status sociali, di impersonare una molteplicità di ruoli, e di essere profondamente consapevoli della propria appartenenza a qualche entità collettiva come una famiglia, una stirpe, un clan, una tribù, una nazione, ecc., o a qualche categoria sociale che trascende le entità di quel genere, ossia a una classe, a una casta o a una suddivisione basata sul sesso o sull’età (Turner 1982:44).

Emerge, dunque, l’aspetto di potenzialità che può essere trovato nella communitas, dove profeti e artisti, per il fatto stesso di trovarsi nello strato liminale o marginale della società, possono entrare in relazioni vitali con le altre persone. Come dice Turner, “nelle loro produzioni, si possono cogliere i barlumi di quel potenziale evolutivo inutilizzato dell’umanità, non ancora esteriorizzato e fissato nella struttura” (1969:128).

Secondo Turner, la condizione di marginalità o liminalità, che, come abbiamo già visto, caratterizza la communitas e l’antistruttura dei rituali, è frequentemente associata con la generazione di miti, simboli, e lavori artistici. Sebbene queste forme di espressione possano essere usate per riclassificare la realtà o le relazioni delle persone nei confronti di società, natura e cultura, sono più che classificazioni, dal momento che guidano gli individui sia all’azione che alla riflessione (Turner 1969:129).



RELIGIONE E MEMORIA

 

In “Religione e memoria” (2002), la sociologa francese Danièle Hervieu-Léger propone una struttura per quei fenomeni sociali che, per le loro stesse caratteristiche, presentano affinità con forme tradizionali e antiche di espressione religiosa. Partendo dal concetto di religione per arrivare a quello di religiosità, inteso qui come un’attitudine umana nei confronti delle dimensioni spirituali della vita, l’autrice nota come certe esperienze collettive, che mantengono una sorta di proseguimento del passato, possano rimpiazzare nelle società moderne il ruolo esercitato dalle istituzioni religiose. Infatti, secondo Hervieu-Léger, certe forme di movimenti collettivi, che implicano una credenza particolare e un riferimento all’autorità di una tradizione, coinvolgono la costruzione di “catene di memoria”, stabilendo una sorta di continuità tra il presente ed il passato.

La tradizione non è una semplice ripetizione del passato nel presente […] in tutte le società in cui il passato afferma la sua autorità, e nelle sfere delle società che si muovono nella modernità dove questa autorità è ancora dominante, il segno distintivo della tradizione è l’attuazione del passato nel presente, per riportare alle vite umane, così come sono vissute, la memoria vivente di un nucleo essenziale che ne dia l’esistenza nel presente (Hervieu-Léger 2002:88).

Di conseguenza, anche nelle circostanze storiche moderne possiamo osservare l’emergere di tratti religiosi, dal momento che certi movimenti ricreano una tradizione, le cui forme diventano cristallizzate sia in varie scuole e metodi, sia nell’incarnazione individuale di pratiche corporee. In questo senso, la sorgente di religiosità nel contesto moderno è rappresentata da individui alla ricerca del significato della vita in termini di auto-ricostruzione del significato. Difatti, secondo l’autrice, le esperienze individuali mediano la ricostruzione soggettiva del significato stabilendo una catena di credenze:

Il riferimento religioso ad una catena di credenze fornisce i mezzi per risolvere simbolicamente la perdita di significato che nasce da una tensione crescente tra la sfrenata globalizzazione dei fenomeni sociali e l’estrema frammentazione dell’esperienza individuale (Hervieu-Léger 2002:166).

La condizione sopracitata assume fondamentalmente che gli individui nelle società moderne, in cui il ruolo principale delle istituzioni religiose viene sostituito dalla privatizzazione o individualizzazione della religione, siano di fronte ad una generale perdita di significato. Tuttavia, sembra che queste esperienze, che sono connesse col simbolismo tradizionale e ristabiliscono, in tempi moderni, una prosecuzione del ruolo autoritario della tradizione attraverso una catena di credenze, forniscano agli individui schemi di realizzazione personale. Una tale condizione, che rimanda al sacro, allo spirituale e al trascendente come esperienze fondamentali della vita, può essere osservata in tutti i fenomeni sociali che ri-attualizzano i significati tradizionali. In questo senso, abbracciare le arti marziali tradizionali rappresenta un valido esempio di esperienza significativa.


IMPOSTAZIONE E METODO

 

Il mio lavoro sul campo si è svolto in una scuola di arti marziali di Prato, una delle principali città della Toscana (regione dell’Italia centrale), con un gruppo di persone che pratica arti marziali Cinesi. Il gruppo è guidato da insegnanti italiani sotto la supervisione del Maestro Chang Wei Shin, figlio del Maestro Chang Dsu Yao (张祖尧), che si trasferì in Italia nel 1974, dove cominciò l’insegnamento delle arti marziali Cinesi. La scuola, che comprende diverse sedi in Italia, è affiliata alla International Federation of Chinese National Art (中华 国 术 国际 联盟 总会) e offre corsi di stili tradizionali Shaolin Quan (少林 拳) e Tai Ji Quan (太极拳). Maestri ed insegnanti mirano inoltre alla divulgazione e lo studio delle arti marziali tradizionali cinesi in connessione ai principi buddisti e taoisti e agli elementi tradizionali della cultura cinese . Uno degli istruttori, Giacomo Lucarini, ha anche creato un sito web (www.kuoshu.net), che non solo fornisce informazioni sulla scuola e gli stili insegnati, ma raccoglie anche diversi articoli scritti da praticanti e specialisti in questo settore e comprende una vasta gamma di elementi culturali cinesi tradizionalmente associati alla arti marziali. Ad oggi, questo sito web costituisce una delle più importanti fonti di riferimento Italiane per le persone interessate alle tematiche sulle arti marziali e agli argomenti legati alla cultura cinese.

Uno degli istruttori, Giacomo Lucarini, ha anche creato un sito web (www.kuoshu.net), che non solo fornisce informazioni sulla scuola e gli stili insegnati, ma raccoglie anche diversi articoli scritti da praticanti e specialisti in questo settore e comprende una vasta gamma di elementi culturali cinesi tradizionalmente associati alla arti marziali. Ad oggi, questo sito web costituisce una delle più importanti fonti di riferimento Italiane per le persone interessate alle tematiche sulle arti marziali e agli argomenti legati alla cultura cinese.

Il primo approccio con il gruppo è stato molto sereno, ovviamente facilitato dalla disponibilità degli insegnanti a collaborare con me, manifestata già dalla prima volta che li contattai. Al primo ingresso nella scuola io non conoscevo nessuno ed inizialmente ho avuto un incontro con Luigi Moscato, Maestro di Judo e proprietario della struttura nella quale avevano luogo corsi di diverse discipline marziali. Siccome sono andato alla scuola lo stesso giorno in cui il gruppo scelto per la mia ricerca aveva lezione, ho incontrato anche l’istruttore Giacomo Lucarini e il Maestro Claudio Manenti, rispettivamente responsabili dei Corsi di Shaolin Quan e Tai Ji Quan. Dopo una mia breve introduzione personale e dello scopo della mia visita al gruppo di praticanti, ho pensato di iniziare la mia ricerca attraverso l'osservazione diretta delle loro lezioni ed di pianificare le interviste in un secondo momento, durante il periodo di vacanze estive in cui quasi tutte le scuole in Italia chiudono.

Fin dal mio primo ingresso nella scuola, alcuni dei praticanti hanno espresso curiosità per quello che stavo facendo e per i motivi per cui avevo scelto proprio il loro gruppo come fulcro della mia ricerca. L’insegnante molto gentilmente mi ha mostrato la loro disponibilità, invitandomi a porre loro qualsiasi domanda che avrei potuto elaborare durante il tempo che avrei trascorso insieme a loro. Non solo, mentre io stavo seduto a prendere appunti e ad osservare la struttura e l’organizzazione di una tipica lezione, gli insegnanti mi davano sempre spiegazioni sul tipo di esercizio che stavano facendo, la sua funzione e il suo nome tradizionale cinese.

Inoltre, dopo pochi incontri, l’istruttore di Giacomo mi ha invitato a partecipare attivamente al le loro lezioni, e questo mi ha dato l'opportunità di una più stretta interazione con alcune persone, provando sia gli esercizi in coppia che quelli da solo. Poi, dopo le lezioni, l'istruttore spesso si tratteneva per raccontarmi la sua esperienze precedenti nella scuola, le gare alle quali aveva partecipato nel passato come ad esempio quelle famose di Taiwan che si tengono ogni quattro anni. Sia l'istruttore che il Maestro mi hanno spesso parlato del figlio del grande Maestro Chang, che ora è responsabile tecnico delle varie scuole in Italia allo scopo di continuare l’impegno del padre ed altre questioni connesse all’insegnamento.

Le conversazioni con gli insegnanti da un lato e le interazioni dirette con gli allievi dall'altro, mi hanno permesso di iniziare a costruire una graduale e profonda relazione con tutto il gruppo e di chiarire il fatto che non ero lì per giudicare il contenuto dei loro insegnamenti o peggio ancora la validità di ciò che avevano da dire. Al contrario, sono loro grato per avermi dato l'opportunità di condividere le mie conoscenze e magari sviluppare insieme un rapporto di cooperazione futura.

E' in questo tipo di contesto che sono entrato nel gruppo, stabilendo buoni rapporti con i suoi membri, facilitato, in parte, dalla curiosità che, soprattutto qualcuno ha manifestato verso la mia ricerca, e, in parte, dal mio piacere per la condivisione di determinati argomenti ed esperienze con gli Italiani, che forse già si ponevano domande simili a quelle che hanno ispirato la mia tesi.

 

PERCHE' SI SCELGONO LE ARTI MARZIALI ?
Alcune considerazioni sulle motivazioni dei praticanti

 

Come manifesta il rapido aumento su scala mondiale di un interesse collettivo verso le Arti Marziali Cinesi, spesso accompagnato ed integrato dall’assimilazione di principi filosofici e religiosi tradizionalmente connessi a queste discipline, sempre più persone in occidente, hanno oggi la possibilità di scelta tra diversi corsi ed una moltitudine di Scuole.
La scelta di iscriversi a un corso di arti marziali nasce da motivi differenti, a seconda delle proprie esperienze di vita, delle conoscenze, le aspettative, e la disponibilità delle scuole nella propria zona, tuttavia, come è emerso dai miei studi sul campo, c'è una curiosità generale verso il mondo delle arti marziali tra i praticanti, che tende ad essere approfondita nel tempo, attraverso una ricerca di maggiori informazioni.

Infatti, è di solito sotto l'onda dei films cinesi sul kung fu o dei più recenti documentari sulle arti marziali e i loro principali siti di sviluppo, come ad esempio il Tempio Shaolin (少林寺) o le montagne Wudang Shan (武当山), che le persone entrano in contatto per la prima volta con queste discipline, curiosità che spinge molti di loro ai provare i corsi nelle scuole vicino a dove vivono. L’influenza dei film sulla scelta delle arti marziali è emersa spesso all'inizio della conversazione. Per esempio quando ho chiesto che cosa lo ha avvicinato alle arti marziali, Francesco, che pratica da cinque anni commenta:

Nel parlare di kung fu e nel vedere film come quelli di Bruce Lee, provi una sorta di attrazione mistica. E’ per questo che poi decisi di venire qui.

Ancora più conciso, Duccio, che pratica da cinque anni, spiegando quello che inizialmente ha influenzato la sua scelta dice:

Mi piaceva molto il film 'Il ragazzo dal Kimono d'Oro'.

Qualcuno ha sollevato dubbi nello spiegare come questa curiosità possa essere una valida motivazione che spinga all’approccio delle arti marziali, come emerge dalla breve interruzione di Marco quando dice: nell'espressione di Marco quando dice:

Mi sono avvicinato Kung Fu perché ... Beh, suonerà strano, ma guardando alcuni documentari a riguardo, mi chiedevo come potesse essere nella realtà e come sarebbe stato praticarlo, così ho cominciato a cercare le informazioni sulle scuole nella mia zona.

E 'interessante notare che non è raro trovare precedenti esperienze sportive nelle storie personali dei praticanti di Arti Marziali, in particolare il calcio in quanto rappresenta lo sport più popolare in Italia. I praticanti che precedentemente hanno giocato a calcio riferiscono di aver abbandonato questo sport per trovare qualcosa di più significativo in termini di realizzazione personale. Questo fatto dimostra che l'insoddisfazione generale incontrata negli sport precedenti, possa spostare lo sportivo alla ricerca di qualcos'altro, come le discipline Marziali. Per eccesso, questa insoddisfazione viene manifestata con un tono di rammarico per il tempo sprecato, come quando Stefano, che pratica da 2 anni, ha detto parlando della sua esperienza precedente nel calcio:

Ho giocato a calcio per un anno, anche se durante quest’anno ho sempre desiderato praticare le arti marziali, oggi sarebbe stato il mio terzo anno di pratica. Un intero anno sprecato.

Lo stesso discorso potrebbe essere fatto in riferimento anche ad altri sport, per esempio, Simona ha iniziato praticare il Tai Ji Quan a causa di un problema fisico che si è verificato durante la sua precedente l'esperienza di ciclista che la costrinse a riposo per un po' e alla ricerca di una disciplina sportiva diversa

Ciò rappresenta un tentativo di andare oltre le ipotesi degli stereotipi radicati nell'immaginario collettivo, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza personale sulle Arti Marziali, le loro origini, e i loro principi religioso-filosofici alle quali vengono tradizionalmente associate. In questo senso allora, la conseguente ricerca di materiale (libri, siti web, suggerimenti di amici), allo scopo di approfondire la conoscenza dei vari stili di arti marziali, è un ulteriore sviluppo della curiosità iniziale che si manifesta nel primo approccio con la disciplina. Per esempio Alessio, un uomo quarantasette anni, che ha praticato diversi stili di arti marziali, dice che lui cominciato quando era molto giovane, “raccogliendo le foto di personaggi delle Arti Marziali dalle riviste ", fino ad arrivare ad una ricerca più dettagliata delle informazioni. Un altro praticante, Francesco, parlando del suo primo ingresso in questo campo, spiega il suo desiderio di raggiungere una migliore conoscenza di questo modo:

Dopo i primi cinque o sei mesi ho cominciato a cercare informazioni online su quello che stavo praticando ... ho subito capito che non si trattava dello Shaolin praticato al Tempio ma si trattava di alcuni stili più profondi, importati dal Grande Maestro che veramente amava insegnare e questo mi ha ispirato ad imparare con più volontà e a rimanere in questo campo.

Lo sviluppo di una curiosità iniziale, in una ulteriore ricerca di materiale è anche espressa da un’esperienza abbastanza comune tra i membri del gruppo, come quando un altro Francesco dice:

Avevo cercato il termine Kung Fu online e ho trovato il sito di Giacomo (istruttore e creatore del sito web), poi ho iniziato a leggere qualcosa, ho cercato informazioni e ho fatto la lezione di prova per sperimentare come potesse essere.

In sintesi, i membri del gruppo si sono avvicinati alle arti marziali sia per una curiosità iniziale e attrazione verso le culture orientali, sia a causa di una delusione generale per le loro precedenti esperienze sportive. Il conseguente desiderio, per approfondire la loro conoscenza delle caratteristiche e l'origine dello stile insegnato nella scuola che hanno scelto, può essere considerato come un passo avanti verso l'abbraccio di una disciplina, che implica per i sua praticanti un grande coinvolgimento su diversi aspetti della loro vita quotidiana. Questo coinvolgimento è rafforzato da altri elementi che caratterizzano il gruppo esaminato, elementi che verranno presi in considerazione nelle sezioni successive.

 

CONDIVIDERE UNO SPAZIO COMUNE:
Dinamiche interpersonali tra i Membri del Gruppo

 

L'organizzazione che ci è stata durante la mio studio come partecipante ha facilitato i rapporti più stretti tra gli allievi e gli insegnanti, infatti ci sono state varie occasioni (prima o dopo la lezione) per scambiare con gli iscritti alcuni punti di vista riguardanti la pratica delle arti marziali. Inoltre ho avuto qualche occasione per partecipare a cene e altri incontri fuori della scuola. Sia la presenza come partecipante che le interviste hanno rivelato un gruppo fondamentalmente costruito sull'unità, in cui i rapporti tra i componenti sono caratterizzati da un costante scambio di idee e opinioni. Il gruppo è vissuto come una società veramente unita e familiare, uno spazio in cui esperienze, idee e suggerimenti possono essere condivisi in nome dell'aiuto reciproco tra i componenti.
Tale caratteristica può essere percepita fin da subito nel rapporto con l'istruttore, il quale mi ha attivamente invitato a partecipare al suo corso, e con i membri del gruppo. C'è una frequente circolazione di informazioni tra le due parti, infatti l'insegnante usa il suo sito Internet per raccogliere testi su vari aspetti delle arti marziali cinesi e sulla tradizione culturale cinese. Inoltre, durante le cene e gli stages organizzati dalla scuola, gli allievi hanno la possibilità di discutere e scambiarsi idee sulla disciplina e sull'organizzazione dei loro corsi con gli insegnanti..

Uno degli elementi più evidenti delle speciali interrelazioni con il gruppo, è data dalla parola clan usata da Mirko, il quale pratica la disciplina da circa cinque anni, che meglio spiega l'idea di unione quando dice:

Il nome dato al nostro gruppo è Kung Fu Clan... noi siamo un clan, un gruppo molto affiatato, e allo stesso tempo molto eterogeneo sia per l'età che per altri aspetti

La complicità tra gli allievi è percepita fin dall'inizio, come Cecilia, la quale riferendosi al comportamento degli altri iscritti quando è entrata nel gruppo, dice:

Sono molto carini, tu gli chiedi qualcosa e loro te la spiegano

Un'altra descrizione dell'unità del gruppo si riferisce al cambiamento di situazione tra l'essere aiutati e l'aiutare gli altri, come quella riportata da Stefano:

Coloro che hanno praticato da più tempo di me mi hanno sempre aiutato a migliorare me stesso e li ho sempre ascoltati, da parte mia ho cercato di aiutare i nuovi arrivati

E' improbabile che questo tipo di ambiente possa inizialmente costituire un ostacolo per alcuni, infatti il grande affiatamento stabilito nella relazione tra gli allievi può essere percepita dai nuovi arrivati come una maggiore distanza tra loro ed il resto del gruppo. Per esempio, quando si parla della sua prima esperienza nel gruppo, Francesco dice:

All'inizio ho avuto alcune difficoltà perchè è un gruppo molto unito, sai, entrare in un gruppo come questo non è sempre così facile, comunque loro accolgono le nuove persone, non rifiutano nessuno, attualmente loro ti considerano sempre come uno di loro, permettendoti di diventare una parte di quello che loro fanno, come per le cene, stages, ecc, e questa è una bella cosa.

Da questa dichiarazione si può vedere come dopo essere diventati un membro del gruppo, ci vuole tempo per essere completamente integrato nel nuovo ambiente, ciò nonostante, sembra che i nuovi arrivati possano oltrepassare tutte le fasi senza rilevanti difficoltà, nello stesso modo in cui sono sostenuti dagli altri compagni

In riferimento alle precedenti esperienze sportive dei praticanti, è interessante notare che anche se sono molto vicini gli uni con gli altri, qui troviamo una diversa conformità paragonata a gruppi sportivi come il calcio. Riguardo a questo, ci sono vari commenti sulle differenze che caratterizzano il gruppo di arti marziali paragonato ad una quadra di calcio, il più delle volte basati sulle esperienze personali dei praticanti. A seguito di questo paragone, Francesco spiega:

Ho imparato che qui, cioè in questa scuola, quello che fai è solo tuo, in altre parole, è il risultato del tuo impegno

La caratteristica individuale della pratica delle arti marziali è espressa anche da un altro allievo che giocava a calcio, infatti Duccio sottolinea la differenza incontrata nei due gruppi:

E' una tranquilla pratica individuale, paragonandola con una squadra di calcio, nel calcio loro seguono una meta comune, se qualcuno una volta fa meno di tutti gli altri si lamentano con lui o lei, qui se una volta qualcuno fa meno è una sua propria decisione, sono affari suoi, è un rapporto diverso.

Quindi, in breve, il gruppo è caratterizzato da una reciproca comprensione e sostegno, uno spazio comune che favorisce le interazioni tra di loro ed in cui i suoi membri sono disposti a condividere le loro esperienze. Allo stesso tempo la pratica è un'esperienza vissuta a livello personale, in quanto ogni allievo può dedicare più o meno impegno nel corso di una lezione senza dover necessariamente rendere conto agli altri. Qui si può osservare come il gruppo fornisce ai praticanti un potenziale spazio dove poter realizzare cambiamenti e significati, una comunione indifferenziata di individui, che si riferiscono all'autorità generale dei loro maestri e insegnanti. In questo senso, il gruppo è più simile a quello che Turner definisce come "communitas", uno spazio caratterizzato da omogeneità e sacralità, che è separata ma allo stesso tempo interferisce con la struttura societaria secolare.

Direttamente connesse con questa modalità di relazioni sociali sono le percezioni personali, per quanto riguardano le sensazioni corporee che si verificano durante la pratica, le quali contribuiscono alla creazione di una dimensione speciale disconnessa dalla normale esperienza, le cui caratteristiche saranno discusse nella sezione seguente.

 

L'ALTRA DIMENSIONE DELLA PERFORMANCE

 

Un’esperienza frequentemente riportata connessa con la pratica delle arti marziali è una speciale e soggettiva percezione dello spazio e del tempo durante la lessione, che può essere descritta come un incremento di attenzione all’insegnamento accompagnato da una maggiore sensibilizzazione del corpo. Durante le lezioni, i praticanti creano uno speciale spazio disconnesso dal mondo esterno, frequentemente definito come una particolare dimensione nella quale ognuno si concentra sul suo corpo. A tale proposito troviamo delle dichiarazioni come quella di Duccio che dice:

Due ore fondamentalmente dedicate a concentrarmi sul mio corpo.

Allo stesso modo, Mirko descrive la sua esperienza durante una lezione usando il termine dialogare con il mio corpo e dice:

Per equilibrare corpo, mente, e spirito, questa è la mia dimensione personale durante una lezione.. per pensare, renderti conto che si deve lavorare molto duramente per eseguire certi movimenti! Ma questo è meraviglioso, sentire crescere l’armonia che deriva dai tuoi movimenti senza pensarci...non ci sono movimenti inutili, come nell’Universo, è qui che tutto quello che fai acquista un significato più profondo.

Ulteriori descrizioni dimostrano che concentrarsi sul corpo e sui movimenti diventa lo scopo principale durante una lezione.Anzi, a volte è la ripetitività dei movimenti associata all’alta concentrazione che tiene i praticanti focalizzati esclusivamente sull’esecuzione della forma composta da una sequenza di movimenti o da altri esercizi. In questo modo il corpo diventa il punto di partenza dei pensieri e delle proiezioni mentali, restringendo le dimensioni spazio temporali all’hic et nun(Ndt - latino:qui ed ora). Ad esempio Stefano dice:

Quando mi alleno non penso ad altre cose, appena finisco comincio a pensare dove devo andare, cosa voglio comprare, ma quando sono lì tendo a dimenticare cosa ho da fare dopo e credo che questo è un buon modo per concentrarsi di più.

I praticanti di livello superiore parlano anche di esperienze di distacco durante gli allenamenti, dando l’idea di uno spazio fuori dalla vita di ogni giorno, nella quale le identità e i confini corporei sono rimodellati, come dice Guido, che ha praticato per circa sei anni:

Durante un allenamento percepisco una dimensione diversa dal mondo esterno, ho la sensazione di separazione come se fosse un mondo diverso... ha volte sento l’astrazione.

Allo stesso modo Claudia:

Spesso sento il distacco dal mondo esterno quando mi alleno nei vari movimenti... entri in un’atmosfera diversa.

Questi tipi di esperienza non sono riportati da ogni membro, qualcuno esprime una certa difficoltà di concentrazione durante la lezione, soprattutto coloro che frequentano il corso di Tai Chi, che richiede più calma e capacità di tenere l’attenzione sui movimenti lenti. Inoltre, la maggiore consapevolezza delle percezioni corporee e il conseguente rimodellamento dei confini del corpo, sembrano emergere in relazione al graduale avanzamento degli allenamenti.

Analogamente alle modalità delle relazioni sociali precedentemente esaminate, la dimensione sperimentata dai singoli durante l’allenamento, ha un ulteriore supporto nella forma non strutturata nello spazio del gruppo caratterizzata dal sacro in opposizione alla secolare stuttura sociale esterna. In più, si potrebbe pensare che la dimensione creata durante una lezione, rappresenti a livello corporeo, una sorta di transizione o passaggio dal precedente stato del soggetto( quello naturalmente conosciuto nella struttura sociale) ad un nuovo stato( quello acquisito durante il processo dinamico della lezione). Per dirla diversamente, la ritualistica struttura di una lezione, accompagnata da una particolare esperienza corporea, ricorda un processo rituale e di liminalità, concetto elaborato da Turner al fine di affrontare il passaggio o transizione dallo stato pre-rituale del soggetto e stato post-rituale. In questo modo, allo stesso modo della condizione di liminalità, la dimensione speciale durante l’allenamento, presenta una particolarità ambigua, che porta i semi potenziali per la costruzione di nuovi significati e relazioni.

Se non tutti i praticanti possono trovare durante la lezione una dimensione speciale disconnessa dal mondo esterno, ognuno principalmente parla di effetti benefici in termini di salute uniti alla disciplina. Questi effetti e altre variabili importanti, connesse con la diversa percezione del corpo dopo un periodo di pratica, saranno esaminati nel prossimo capitolo.

 

DISCIPLINA CORPOREA E BENESSERE:
I Cambiamenti Più Importanti sul Piano Personale

 

Le interviste realizzate con i membri del gruppo mostrano chiaramente come la pratica costante e continua delle arti marziali può notevolmente migliorare la qualità della loro vita. In realtà, gli effetti benefici sono spesso da attribuirsi all’assidua pratica dell’allenamento svolto, raggiungendo diversi gradi di miglioramento a seconda delle esperienze individuali. Sebbene tali effetti benefici siano espressi con diversi termini e sotto diverse angolazioni, che dipendono dalle personali convinzioni dei praticanti e dalle storie delle loro vite, complessivamente trattano vari aspetti dell’individuo, considerato qui da un punto di vista olistico.

In primo luogo ogni praticante, incluso il maestro e l’istruttore, riferisce evidenti progressi nelle loro condizioni fisiche, una maggiore resistenza, una migliore consapevolezza corporea, ed in generale un corpo più sano. Queste condizioni accompagnano vari stadi della pratica, mediante cui i praticanti di arti marziali approfondiscono il modo in cui pensano ed elaborano i loro corpi, rendendosi conto che essi acquistano sempre più una buona forma fisica. Non solo, ma anche gli insegnanti, quando parlano dei miglioramenti esperiti dai loro studenti, enfatizzano la funzione salutare esercitata dalle arti marziali su ogni individuo

Durante un’intervista con il Maestro Claudio (il più anziano nella scuola), lui ha confessato che è grazie alla pratica delle arti marziali se il suo corpo è più in forma, e che durante molti anni di insegnamento di questa arte gli è capitato di essere il testimone di vari cambiamenti positivi anche tra i suoi allievi.

Pertanto, tale consapevolezza è divenuta per lui un ulteriore motivo per insegnare le arti marziali, nel modo in cui può fornire ai suoi allievi non soltanto tecniche di auto-difesa, ma anche, e forse più importante, un metodo di educazione alla salute. Infatti, lui dice:

Gli allievi hanno migliorato notevolmente le loro condizioni di salute, e questo mi ha dato un nuovo incentivo a pensare ai potenziali effetti benefici della pratica, al di là degli insegnamenti delle tecniche fisiche, per aiutarli a sviluppare uno stato di benessere.

Particolarmente rilevante a questo proposito è il presupposto di base dell’istruttore Giacomo, che, in accordo con questa visione, enfatizza i possibili effetti della pratica sulla salute, come ha personalmente esperito durante tutto il corso della sua formazione, e ancora continua a vedere tra i praticanti. Lui ricorda che il Grande Maestro Chang ripetutamente faceva notare ai suoi allievi come, al di là della sua funzione marziale, la pratica di queste discipline produca prima di tutto degli effetti positivi sulla salute, sviluppando l’auto-percezione del proprio corpo e coltivando l’energia interna. Ecco perché il Grande Maestro Chang soleva dire: “Kung Fu è al 70% benessere e al 30% arte marziale”, dal momento che lui tendeva ad assegnare priorità allo sviluppo della percezione corporea piuttosto che all’acquisizione di tecniche marziali.

Second, members that have practiced for longer time frequently reported improvements in the relationships with other people and in the way they undertake various tasks of the everyday life. Such improvement is generally referred to a mental condition of more calm and serenity, more patience, and development of self-confidence and self-reflexive thought. Moreover, the structure of lessons and the concentration required for the application of certain movements, allow practitioners to find a better fluidity also in the interrelationships they establish with other people.

In secondo luogo, i membri che hanno praticato più a lungo e in modo frequente riferiscono miglioramenti nelle relazioni con gli altri, e nel modo in cui essi affrontano i vari impegni della vita quotidiana. Tale miglioramento allude in generale ad uno stato mentale di maggior calma, serenità e pazienza, e allo sviluppo di fiducia in se stessi e di un pensiero riflessivo. Inoltre, la struttura delle lezioni e la concentrazione richiesta per l’esecuzione di certi movimenti consentono di trovare una migliore fluidità anche nelle interrelazioni che essi stabiliscono con altre persone. Il Maestro Claudio spiega che durante più di venti anni di pratica, sebbene abbia incontrato situazioni pericolose nella vita di tutti i giorni, non ha mai applicato le tecniche marziali per difendersi da un’aggressione. In realtà lui crede che imparare le arti marziali, specialmente se apprese sotto la supervisione di insegnanti seri e scrupolosi, permetta ai praticanti di sviluppare un’attitudine di passività o non-azione (l’idea cardine espressa dal concetto filosofico taoista del wu wei) se fronteggiati , e in molti casi, turbati, dai comportamenti aggressivi altrui. Lui sottolinea che il principio filosofico della non azione si estende oltre il meccanismo di attacco e difesa acquisito nelle arti marziali, e può essere interiorizzato per lungo tempo in una reazione mentale di morbidezza e di non ricettività quando affronti qualsiasi specie di sfida. In modo simile l’istruttore Giacomo parla di pazienza e di autocontrollo ottenuto dopo molti anni di pratica, uno stato che è chiaramente percepito dalla gente che interagisce con lui. Soprattutto per quanto riguarda le reazioni emotive verso gli altri allude anche all’autocontrollo, attitudine che viene riflessa in un generale stato di tranquillità, calma e più profonda autoconsapevolezza. Inoltre, come lui spiega, un aspetto importante della pratica è dato dalla funzione catartica di una lezione, dopo di cui si sente rinvigorito e rilassato.

In riferimento ai praticanti, un elemento caratteristico delle interrelazioni, direttamente connesse con la pratica, è rappresentato dal riguardo e dal rispetto per la posizione di ogni persona all’interno del gruppo. Qui è esemplificativa la dichiarazione di Elisa:

Praticando Kung Fu e il sistema delle relazioni stabilite durante le lezioni a seconda dei differenti gradi gerarchici tra i membri, questo mi permette di interiorizzare un atteggiamento di umiltà verso i miei superiori e di tolleranza verso i miei subalterni.

Sembra che l’ambiente creato all’interno del gruppo sia molto adatto a portare i praticanti a sviluppare un comportamento più introspettivo, accompagnato da una maggiore consapevolezza sia dell’attività dell’uno che dal rispetto per l’altro. Per esempio Francesco pone l’accento sul rispetto e sull’ umiltà nell’osservanza degli insegnamenti della disciplina, quando dice:

A poco a poco ho sviluppato più saggezza, io penso molto di più, agisco sapendo quello che faccio, ripensandoci ancora molte volte …

Poi continua collegando il discorso alle relazioni interpersonali:

…a proposito dell’umiltà, io cerco di essere benevolo con ognuno, forse si deve fare con educazione, infatti l’educazione è molto importante perché in un ambiente sportivo non c’è educazione, almeno qui in Occidente…ma se tu vieni qui tu sai chi è il maestro, tu ti devi inchinare, in breve c’è una serie di eventi che possono cambiarti.

Filippo, un altro praticante che si allena da circa sei anni, allude ai significativi cambiamenti in questi termini:

Le arti marziali mi hanno insegnato il valore del silenzio, della quiete, mi hanno aiutato ad affrontare un conflitto, accettando un ostacolo e risolvendo un problema con una differente attitudine mentale… mi hanno dato una spiegazione più plausibile della vita.

Molti membri parlano di una generalizzata soddisfazione nel trovarsi di fronte agli altri, avendo la possibilità di esprimere le proprie idee senza temere le reazioni altrui. Questo riflette un’accresciuta autostima con il passare del tempo, il praticante vede se stesso o se stessa assai più abile nell’eseguire un certo movimento, a cui segue allo stesso tempo un notevole miglioramento delle condizioni fisiche, come io ho precedentemente mostrato. È molto probabile che tale autostima per i praticanti possa contribuire a costruire, specialmente quelli che hanno praticato per più tempo, un maggior grado di fiducia in se stessi, cosa che permette loro di interagire meglio con le altre persone.

Alla fine, è importante sottolineare come molti praticanti approfondiscono ulteriormente la loro capacità di riflessione o di autoanalisi, passando da una accresciuta consapevolezza del corso ad una autorealizzazione spirituale. Questo elemento rappresenta l’ultimo livello del continuum che io ho tentato di tracciare attraverso l’analisi dei contenuti esperienziali tra i praticanti di arti marziali, e che dovrà essere discusso nell’ultima sezione.

 

VITA RELIGIOSA E DIMENSIONE SPIRITUALE

 

Come si è mostrato nella sezione precedente, la coltivazione spirituale può rivelarsi in alcuni casi una diretta conseguenza di un personale percorso di allenamento, che parte inizialmente con un generale miglioramento del proprio stato di benessere, per arrivare in un secondo tempo a livelli più alti di ricerca di realizzazione personale e spirituale. Ho interrogato, per prima cosa, i praticanti sulle loro credenze religiose, con l'intento specifico di analizzare più a fondo le dimensioni associate alla scelta della pratica di una disciplina come l'arte marziale e se queste possano essere collegate con certi valori simbolici ispirati da un coinvolgimento complesso in un sistema di significati tradizionali.

In generale, si possono osservare varie idee riguardanti le credenze religiose, sebbene molte di queste ruotino intorno alla tradizione cattolica. Difatti, la maggior parte dei praticanti si definisce cattolica, o comunque vicina alla tradizione cattolica in cui è cresciuta, sebbene non vada in chiesa, interpretando questa religione in modo personale. Come supposto prima di iniziare la mia ricerca sul campo, le interviste rivelano un certo grado di conoscenza di principi buddisti e taoisti in quei membri che hanno praticato più a lungo, inclusi gli insegnanti, rafforzando l’idea che un tale elemento sia strettamente connesso con la pratica delle arti marziali. In queste persone è possibile trovare non solo una discreta conoscenza di principi buddisti e taoisti, ma anche un tentativo di applicare tali principi in tutte le situazioni della vita quotidiana, facendoli diventare una dottrina di riferimento che acquista significato spirituale ed esistenziale. Una tale conoscenza può derivare sia da una ricerca personale di materiale su libri e siti web, o da uno scambio diretto di informazioni tra membri ed insegnanti: per esempio, sia il maestro Claudio che l’istruttore Giacomo sottolineano la connessione fondamentale tra le arti marziali e gli insegnamenti taoisti, suggerendo come sia importante conoscere questi principi per comprendere meglio le origini degli stili praticati. Al di là degli insegnanti, anche altri praticanti, specialmente quelli che stanno studiando da più tempo, sembrano veramente attratti dai principi taoisti (la maggior parte ispirati dalla lettura del testo Dao De Jing 道德經) che considerano punti di riferimento significativi nelle loro vite. A questo proposito possiamo osservare un interesse crescente per il Taoismo nelle descrizioni che ne fanno Guido e Filippo (entrambi entrati nel gruppo circa sei anni fa) che rispettivamente si riferiscono al testo taoista con affermazioni quali:


Il Dao De Jing è molto stimolante, riflette molto di quello che penso e consente una libera interpretazione.

Penso che ci sia un ordine fondamentale nella vita e penso che questo ordine sia il Tao; da un punto di vista filosofico sembra un concetto sensato

Secondo gli insegnanti, questa tendenza è più evidente nel corso di Tai ji piuttosto che in quello di Shaolin. Infatti il maestro Claudio, che insegna sia Tai Ji Quan che Shaolin Quan, nota come i praticanti di Tai Ji, da una parte per l’età più matura, e dall’altra per la natura stessa di questo stile, siano più portati ad un approccio filosofico-religioso della disciplina. Inoltre sostiene che il gruppo di Tai Ji sia un terreno più appropriato per l’introduzione di certi valori filosofici, in cui i bisogni spirituali dei praticanti possano essere incanalati.

Infine, è interessante notare che anche se alcuni praticanti abbracciano attivamente i principi filosofico-religiosi buddisti e taoisti, questi, in realtà, non sono in conflitto con le precedenti credenze religiose, come emerge da alcune interviste. Ciò costituisce un’ulteriore sviluppo dell’auto-realizzazione spirituale che può essere applicata ad ogni situazione della vita. Questa è la condizione che caratterizza quei praticanti che si considerano fondamentalmente cattolici, e che completano le loro precedenti credenze religiose attraverso i principi filosofico-religiosi orientali, i quali gli forniscono percorsi di canalizzazione dei loro bisogni spirituali. Per esempio, Francesco, che si definisce cattolico, pensa che le sue credenze religiose non precludano la condivisione di altri principi religiosi; al contrario, ritiene di poterli combinare armoniosamente tra loro. Esprime questa idea nel seguente passaggio

Sono due percorsi paralleli, dunque li puoi seguire entrambi; in effetti secondo me ti aiutano a realizzare te stesso in maniera più completa.

In conclusione, le credenze religiose sono comunemente radicate nella tradizione cattolica e fondamentalmente i membri del gruppo sono cresciuti in questa tradizione, assorbendone le idee e i postulati riguardo la vita. Sembra tuttavia che, ad un certo punto della pratica, i bisogni spirituali ed il contesto offerto dalla disciplina si incontrino, diventando per qualcuno un ricettacolo di coltivazione spirituale e realizzazione personale. Forse è in questo che la disciplina delle arti marziali raggiunge il suo livello più alto, ossia quando lavorare con il corpo rappresenta un punto di partenza verso più alti livelli spirituali, e quando è possibile trascendere la comune condizione esistenziale.

A questo proposito, si può notare il carattere sacro delle arti marziali (in parte già espresso dalle preferenze individuali verso questa disciplina rispetto ad altri sport praticati), una caratteristica espressa dalla condivisione e ri-attualizzazione di certe credenze tradizionali filosofiche e religiose. In accordo col lavoro di Hervieu-Léger, che si riferisce alla religiosità come ad un’attitudine soggettiva verso il sacro, il trascendente e lo spirituale, di fronte ad una perdita di significato della vita, sembra che la pratica delle arti marziali, per il fatto stesso di implicare una particolare credenza e un riferimento all’autorità di una tradizione, rappresenti, in parte, l’espressione di una religiosità attraverso la costruzione di “catene di memoria”. In altre parole, dal momento che la condivisione della disciplina stabilisce un proseguimento della tradizione passata (catene di memoria), che inoltre rappresenta catene di credenza, si può assistere qui alla ricostruzione del significato, in termini di ricostruzione personale del significato della vita. In questo senso, dunque, la ripetitività della pratica, che influisce sulle percezioni corporee, sulle idee e i valori dei praticanti, diventa un percorso di canalizzazione per le espressioni dei bisogni spirituali individuali, acquistando quei tratti sacri e religiosi che non possono più essere trovati nelle moderne istituzioni religiose.

 

CONCLUSIONI

 

In questo lavoro ho esaminato vari aspetti delle arti marziali, concentrandomi su valori e rappresentazioni sperimentati a livello personale da un gruppo di praticanti di una scuola situata in Italia centrale. Come abbiamo visto, questi aspetti riflettono rispettivamente le motivazioni dei praticanti, le dinamiche interpersonali di gruppo, lo spazio creato durante la pratica, i cambiamenti più significativi a livello personale connessi con la pratica, e la dimensione spirituale.

Ho mostrato come le relazioni interpersonali stabilite nel gruppo creino uno spazio speciale in cui, nonostante l’ordine gerarchico tra i praticanti e gli insegnanti, si rivela il potenziale per generare nuovi cambiamenti e significati. In più, l’aspetto ritualistico delle lezioni, caratterizzato dall’attraversamento dell’area scolastica, l’inchino di fronte agli antenati, e l’esecuzione di forme, determina una condizione di liminalità, in cui i membri sperimentano un passaggio di status, una condizione al di fuori della struttura sociale quotidiana. Inoltre, i dati raccolti durante l’osservazione dei partecipanti alla ricerca hanno mostrato come la pratica delle arti marziali possa acquisire una posizione importante nelle loro vite, fornendo loro nuove coordinate per percepire il proprio corpo e le proprie interazioni con gli altri. Le storie di vita qui esaminate rappresentano un’idea delle arti marziali molto simile a quella di un percorso educativo particolarmente caratterizzato da un coinvolgimento profondo su diversi livelli esistenziali, rendendolo un tipo di esperienza che non può essere ridotto al mero dominio di tecniche di autodifesa. Infatti, come suggerito dall'idea della “catena di memoria”, abbiamo osservato che, per le caratteristiche intrinseche della disciplina, i membri del gruppo stabiliscono un proseguimento con le tradizioni combinando la scelta di una disciplina corporea con l'espressione di bisogni spirituali.

In sintesi, questo studio etnografico ha rivelato come le arti marziali abbiano il potenziale per poter creare un continuum che vada da una migliore consapevolezza personale ad una coltivazione spirituale. Queste considerazioni caratterizzano tale disciplina come un percorso educativo articolato attraverso diversi stadi, nei quali i praticanti, facendo propri i suoi modelli, sono portati gradualmente verso una realizzazione personale, in termini di auto-ricostruzione del significato della vita. Sebbene io abbia tentato di occuparmi di vari domini della pratica, la mia ricerca sul campo è stata portata avanti per un tempo relativamente breve. Per questo motivo, ulteriori studi saranno necessari per esplorare più a fondo certe questioni, e dovrebbero essere articolati in due direzioni principali: da un lato, indagare, attraverso analisi narrative, le storie e le esperienze dei praticanti su un campione più vasto di persone appartenenti a più gruppi; dall’altro, intraprendere uno studio comparativo tra le scuole di arti marziali di paesi diversi, in particolar modo confrontando i dati raccolti in Italia con quelli di una nuova ricerca sul campo a Taiwan o in Cina.

 

BIBLIOGRAFIA

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